Libri:La fame di M.Caparros

 

Ho appena finito di leggere questo bellissimo e toccante  libro,potente e monumentale  reportage dello scrittore M. Caparros ,  dove viene fotografato e scritto  il ” flagello inevitabile” della mancanza di cibo in gran parte della terra, vissuto in prima persona dall’autore dopo una serie di lunghi viaggi fatti in alcuni Paesi nel mondo come l’India, il Bangladesh, il Niger, il Kenya, il Sudan, il Madagascar, l’Argentina, gli Stati Uniti, la Spagna.

Lí ha incontrato persone che, per diverse ragioni sono costrette a patire la fame.La Chiesa , a suo avviso, sembra essere sorda di fronte a questo problema , non perchè riamanga indifferente e non faccia nulla,ma , seguendo un proprio canone religioso ” un bravo fedele deve saper sopportare il sacrificio e la fame”, mira più a consolare che ad affrontare concretamente  la tragedia Nel dir questo racconta la sua esperienza a Calcutta  quando Madre Teresa diceva  «E’bellissimo vedere i poveri che accettano la loro sorte, che la subiscono come la passione di Gesú Cristo. La loro sofferenza è di grande aiuto per il mondo».Caparros trova “terribile incoraggiare le persone alla rassegnazione affinchè possano guadagnarsi un posto in Paradiso “.Lo scrittore si è recato a Calcutta nel 1994 ed ha potuto vedere quanto famosa fosse la religiosa, ella  riceveva corposi aiuti economici da tutto il mondo ed , invece ,che costruire ospedali, costruiva conventi (500). Quando accoglieva i malati nel suo ” mortorio” li consolava sino alla morte , ma non garantiva loro alcun supporto medico, e lasciava morire le persone con patologie  facilmente curabili.

Con questo racconto non credo che lo scrittore abbia voluto   puntare il dito verso alcun Credo religioso , ma abbia cercato in qualche maniera ,  di  capire , come mai, neanche la Chiesa sia in grado di fare qualcosa

Dopo i suoi lunghi viaggi Caparros   ha conosciuto  tanti tipi di povertà, ma nel libro ha voluto affrontare il problema della fame,”«perché è la più insopportabile: molte altre cose sono intollerabili in termini etici, però si può viverle soffrendole. Al contrario, se hai fame, smetti di vivere».

“La terra, come sottolinea lo scrittore, “ha 7 miliardi e 200 milioni di abitanti e produce una quantità di alimenti che potrebbero sfamare 12 miliardi di persone , però 25000 esseri umani muoiono ogni giorno per fame, senza capirne il perchè. Colpa di una mentalità occidentale che mira a non far crescere alcuni popoli?  Il cibo c è, ma non esiste una politica capace di trovare il modo per distribuirlo a coloro i quali ne hanno bisogno

Il libro inizia in Niger con una intervista ad una donna  di 35 anni e molti figli alla quale l’ autore chiede cosa desiderasse e lei risponde “una vacca”. Poi le vede mangiare una polpette fatta di miglio e le chiede se mangia quella polpetta tutti i giorni e lei risponde”tutti i giorni che posso”

È convinto Caparrós che  «Le soluzioni sono assolutamente politiche. Il cibo c’è e ce n’è per tutti. E la strada politica è una: trovare una forma morale di economia»e sottolinea «Come cazzo facciamo a vivere sapendo tutto questo?”

Sapevo della fame nel mondo,ma non dell’andamento crescente invece che decrescente. Mi sono sentita impotente, consapevole che anche  a pochi isolati da casa mia  c’è tanta gente che non riesce a mangiare tutti i giorni. Cosa fare? Medici senza frontiere mi hanno risposto che è come mettere un cerotto su una emorragia femorale, ma loro , quel cerotto lo mettono ugualmente. Proviamoci tutti nel nostro piccolo , non porterà forse a nulla, ma sarà un piccolo passo in avanti. Caparros ritiene che questo suo libro sia un fallimento “un’esplorazione del maggior
fallimento vissuto dal genere umano non poteva che fallire. Al fallimento, naturalmente, hanno contribuito le mie mancanze,i miei dubbi, la mia incapacità. Ma, anche cosí, questo è un fallimento del quale non mi vergogno: avrei dovuto conoscere piú storie, meditare su piú questioni, capire qualcosa di piú. Ma a volte fallire vale la pena.”,

 

 

 

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Questo libro è un fallimento. Prima di tutto, perché ogni
libro lo è. Ma soprattutto perché un’esplorazione del maggior
fallimento vissuto dal genere umano non poteva che fallire.
Al fallimento, naturalmente, hanno contribuito le mie mancanze,
i miei dubbi, la mia incapacità. Ma, anche cosí, questo è un
fallimento del quale non mi vergogno: avrei dovuto conoscere
piú storie, meditare su piú questioni, capire qualcosa di piú. Ma
a volte fallire vale la pena.

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